lunedì, 19 ottobre 2009

Prima di collassare a letto, mi lavo la coscienza stilando la mia lista di buoni propositi per il No Impact Week.
Innanzitutto, devo ammettere che quest'oggi ho fatto veramente schifo:
ho mangiato Pizza Ristorante della Findus, peraltro salatissima, confezionata (orrore) in una scatola monodose. Ho lasciato acceso e spesso inattivo il pc per un numero di ore imprecisato tra le 12 e le 15. Ho bevuto the al gelsomino a km 10.000 e mi sono ingozzata di formaggio.

Se non altro, non ho fatto spese. Un piccolo punto a favore, che era proprio l'oggetto della sfida di oggi. Domani dovrò vedermela con la produzione della minor quantità possibile di rifiuti, vedremo cosa combinerò.

Nel frattempo, ecco in ordine sparso la lista degli obiettivi, studiata rigorosamente sulla base delle mie peggiori abitudini.

  • Computer spento eccetto 3 ore al giorno per lavorare o studiare (impresa non da poco considerando che di solito lo lascio acceso circa 10)
  • alimentazione vegana, per vedere l'effetto che fa: visto che carne e pesce sono già eliminati, posso escludere tutti gli altri alimenti di origine animale.
  • Eliminare le sigarette (oggi ne ho fumata solo una)
  • Niente più pasti fuori casa, nemmeno caffè o colazioni al bar. Eccezione fatta per il rinfresco di laurea della mia amica Margherita e per la cena del corso di boxe, che erano programmati da tempo.
  • niente più ascensore per arrancare fino al quinto piano e ovviamente niente macchina o autobus, ma solo bici.
  • addio amata doccia bollente dopo boxe, benvenuta odiata doccia tiepidina.
  • alla fine della settimana voglio aver risparmiato abbastanza denaro per comprarmi finalmente la mooncup che è tra i miei desiderata da molti mesi, ma che tra un acquisto idiota e l'altro non riesco mai a prendere.
  • Come "giving back", cioè il momento in cui dovrò inventarmi qualcosa di gratuito da restituire agli altri, ho pensato di fare un po' di ritratti della redazione di Sottobosco... oppure cucire qualche cosa di utile da regalare.
Buona fortuna a me e Buona giornata a tutti voi (lo so che ormai sorge il sole, mannaggia).
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lunedì, 12 ottobre 2009

Una settimana a emissioni zero

Ecco un'idea che mi piace tanto.
E' un esperimento che consente di mettersi alla prova realizzando praticamente alcune delle idee ecologiste di cui vado sempre parlando e di cui ci occupiamo con la redazione di Sottobosco.
Si tratta di vivere una settimana riducendo progressivamente il proprio impatto energetico, a partire da domenica 18 ottobre fino alla domenica successiva, giorno in cui si dovrebbe infine raggiungere il minimo impatto. Per tutta la durata dell'esperimento, i partecipanti registreranno e condivideranno su internet le proprie impressioni della giornata, tramite blog o video.
La cosa divertente di quest'iniziativa è che si propone come un gioco, un momento di riflessione che non coinvolge solo il portafogli o il tubo di scarico, ma spinge a rivedere il prorio modo di rapportarsi con il mondo e con gli altri. Il motivo per cui mi piace parlare di ambiente e di sviluppo sostenibile (e non credo che l'espressione sia un ossimoro, se per "sviluppo" si intende crescita culturale, sociale, miglioramento delle condizioni di felicità) è proprio questo.
Quando penso a un futuro più pulito, a una città più a misura d'uomo, ad un'economia di pace rispettosa dell'ambiente, vedo anche un mondo in cui la gente è libera di crescere con gioia, senza i mostri della miseria e della fame da un lato, e senza l'ombra del nichilismo mortifero che avvelena dall'altro la parte ricca della Terra.
Per questo apprezzo quelle idee che insieme ad un risultato pratico e utile stimolano la riflessione, l'impegno personale, l'allegria.
Durante questa settimana, causa magione Del Bello inagibile per lavori, sarò ospite da Giulia e Tasso, che mi hanno appena invitata (e che una volta pubblicato il post non potranno più rimangiarsi la parola... Quanto sono subdola!!).
Già pregusto le cene a chilometri zero, le feste, le serate tranquille a chiacchierare in compagnia, i brainstorming per cercare di risolvere i piccoli problemi quotidiani evitando lo spreco di elettricità, acqua, rifiuti. Sarà istruttivo, ma non tanto per le strategie ecologiche che imparerò, perché quelle ormai le conosco abbastanza bene. Sarà una settimana felice, ma non perché il mio piccolo contributo possa davvero cambiare le cose.
Sarà bello perché avrò l'occasione di condividere con i miei amici idee, azioni, speranze: di questi mattoni è fatta la mia fiducia nel domani.
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giovedì, 17 settembre 2009

La notizia è tragica, l'ho ricevuta mezz'ora fa dal mio amico Pirex, che lavora alla radio e tra noi è sempre il primo a sapere le cose. Ovviamente sono rimasta scioccata, non avevo neppure acceso la televisione o il computer prima.
Quello che non mi aspettavo era l'annullamento della manifestazione per la libertà di stampa prevista per sabato prossimo a Roma, annunciato con soprendente prontezza pochi minuti dopo l'annuncio dell'attentato a Kabul.
E' normale che quando succede una disgrazia del genere alcuni eventi pubblici vengano cancellati o sospesi, ma si tratta in genere di manifestazioni ludiche, che sarebbero fuori luogo in un momento di lutto. Ma manifestare per la libertà di informazione cos'ha a che vedere con il cordoglio pubblico per l'attentato? La gente sarebbe forse andata a Roma per divertirsi?
Sappiamo benissimo quale sia l'entità dell'emergenza mediatica in Italia, e nonostante lo shock per quanto avvenuto mi riesce impossibile interpretare la cancellazione della manifestazione come un atto dovuto. Piuttosto, ci vedo un pretesto per spianare un ostacolo fastidioso, il che mi preoccupa e mi offende ancora di più, mi fa pensare che si possa strumentalizzare anche la vita e la morte delle persone.
Il campionato di calcio non verrà interrotto, si giocherà con la fascia nera al braccio e ci sarà un minuto di silenzio.
Sarà qualunquista, ma la prima cosa che mi è venuta in mente è che dove girano dei soldi, anche se in un ambito completamente fatuo, lo spettacolo deve proseguire.
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venerdì, 11 settembre 2009

Mi è venuta voglia di rompere il silenzio, di scrivere qualcosa. Lo faccio perché mi sono resa conto che di cose da dire, discutere, segnalare me ne vengono in mente tutti i giorni, ma spesso non lo faccio per pigrizia o disordine.
Avrei voluto ricominciare con qualcosa di incoraggiante, divertente, che strappasse un sorriso.
Invece, questa cosa me fa montare un nervoso e una rabbia che lascia perdere. Eppure anche questa è una cosa che va detta, secondo me.
Giudicate voi.
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mercoledì, 10 giugno 2009

C'è una storia che stasera voglio raccontare, una storia vera.
Ciò che racconterò è capitato ad una persona che per qualche tempo ho sentito vicina ed affine, per questo ne sono rimasta colpita e ogni tanto ci ripenso.
Ho conosciuto una ragazza tre anni fa, e con mia stessa sorpresa mi sono trovata a farle la corte, come pochissime volte mi era successo. Non ho mai avuto un rapporto semplice con il sesso femminile, mi sono sempre trovata meglio con i maschi, ma di tanto in tanto capita che conosca una donna che mi attrae aldilà delle consuete paure e mi fa venire voglia della famigerata complicità femminile che normalmente sento estranea. E allora, le faccio proprio la corte.
Come un'innamorata ci penso spesso, la contatto cercando di usare le parole più giuste per riuscire simpatica e interessante, sono contenta quando ho occasione di vederla. A volte, la sogno.
Fu così con questa ragazza, che inizialmente mi affascinò per la sua dolcezza e l'apparente mitezza. In seguito, conoscendola meglio, mi accorsi che la prima impressione era quanto di più lontano dalla realtà, eppure lei mi piacque ancora di più, per la sua esuberanza, l'acume e per una certa presunzione scanzonata e  politicamente scorretta. Voleva dedicarsi alla carriera universitaria e diventare ricercatrice in antropologia, aveva i voti più alti tra tutti i suoi compagni.
Era una persona insolita e colta, che affascinava per la conversazione intelligente e per l'ironia spietata che faceva sul sacro, sul profano e su sé stessa. Era un personaggio e questo appagava il suo esibizionismo. Eppure riusciva a mantenersi simpatica  mostrando di non prendersi troppo sul serio, camminando in equilibrio su un filo tra l'arroganza e il riso.
Ci frequentammo per un po' di tempo, poi qualcosa cominciò a cambiare. Sembrava che lei non riuscisse a trovare il suo posto nel mondo e diventava sempre più inquieta. Prima lasciò l'università. Si lamentava di continuo di non riuscire a trovare un lavoro o un campo di studi che la interessasse e mettesse a frutto le sue qualità, non accettava costrizioni o consigli da nessuno.
Soffriva restando improduttiva, la sicurezza in sé stessa diminuiva e con essa il  buonumore. Diventava sempre più cupa, sempre meno distaccata, sempre più arrogante.
Dopo qualche tempo, la convinzione di non poter esprimere le proprie eccelse doti in nessun campo era diventata un'ossessione. Non studiava e non lavorava perché non riusciva ad applicarsi con un minimo di umiltà e dedizione a nulla. Con l'aumentare della svogliatezza cresceva anche il suo veleno verso il mondo che non l'apprezzava come meritava. Cominciò a fare discorsi sul successo e la fama, sostenendo che non importava cosa avrebbe fatto nella vita, purché questo la rendesse conosciuta e ammirata. Non scherzava più. Era diventata la parodia di sé stessa, mi accorsi che si era trasformata in ciò che aveva sempre  preso in giro e a cui era stata superiore.
Assistevo a questo cambiamento con disappunto, finché esasperata non ruppi ogni rapporto con lei.
Avevo sue notizie tramite amici comuni, sapevo che non riuscendo a sopportare alcun tipo di attività che richiedesse impegno trascorreva la vita viaggiando a spese dei suoi per la maggior parte dell'anno. Abbandonati gli studi, le uniche letture a cui si dedicava erano cose come "I love shopping", che sembrava trovare deliziose.  Era anche una fan entusiasta di "Sex and the City". Non ero più sicura che la sua frivolezza fosse ancora un gioco.
Aveva deciso di dedicarsi alla scrittura, cosa che le riusciva facile, e ovviamente desiderava scrivere di viaggi. Altrettanto naturlmente era convinta di possedere un talento non comune e quindi cominciò a scrivere le sue memorie, nell'intento di ricavarne un libro.
Parlava di ciò che faceva nei posti che visitava, delle sue impressioni sulle persone del luogo, della sua vita di occidentale amante della moda e dello shopping ma anche aperta a conoscere le usanze di popoli lontani ed esotici. Leggendo i suoi racconti, che pure erano scritti bene, avevo la sensazione che raccontasse senza avere in realtà nulla da dire. Gli studi universitari di antropologia su cui basava le sue storie di viaggi erano troppo lontani e il suo sguardo aveva perso quella unicità che la rendeva affascinante come persona e come narratrice.

Dopo qualche mese, tuttavia, il libro è uscito. Con un editore a pagamento.
La rivista femminile Confidenze ne ha pubblicato uno stralcio.

Questa è la storia di una caduta, come quella di un funambolo che ha tentato un numero troppo difficile e non è riuscito a chiuderlo in piedi sulla corda.
Se ce ne fosse bisogno, questo è un altro dei motivi, probabilmente il più personale, per cui detesto di tutto cuore il genere chick lit e brucerei volentieri ogni singola copia cartacea o video di quella spazzatura.

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categoria: minchia, vita da free lance


giovedì, 16 aprile 2009

"[...] i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.
Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere qualche promessa. Il presente diventa in assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l'angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i controni del deserto di senso".

Leggo queste parole, amico mio, e in ognuna di esse vedo il tuo ritratto, fedelissimo, come avresti creduto di poterlo tracciare tu solo, che ti conosci meglio di chiunque altro. Ed invece guarda, nemmeno hanno un nome questi "giovani", tanto sono uguali tra loro e a te, come uno sciame di ombre. Credevamo che la nostra storia fosse unica ed irripetibile, e invece quanti percorrono lo stesso identico cammino, senza nemmeno accorgersi di non essere soli, tanto hanno perduto la capacità di guardarsi intorno.
La solitudine è l'unica virtù che credono ancora di possedere, poiché per essa hanno rinunciato a tutte le altre, e la loro convinzione di essere speciali li sostiene nel cammino che il potere ha tracciato per loro. Il nichilismo non è ribellione, ma è la resa definitiva, la miglior arma dell'oppressore che è nella mente dell'oppresso.
Provi un senso di onnipotenza nel disporre della tua esistenza fino a distruggerla, ma in realtà togliendo la tua vita dalle mani di un dio che odi la stai mettendo nelle mani dei re degli uomini. E' a loro che paghi un tributo quando consumi te stesso e il denaro che guadagni facendo un lavoro che odi, sono loro le tasche che stai gonfiando con la tua sofferenza.
Sprecare denaro nei modi più fantasiosi non è un gesto di disprezzo, è esattamente ciò che si aspettano da te, è l'inganno supremo attraverso cui ti fanno sentire diverso, forse in un certo modo anche libero, mentre ti plasmano come un soldatino della loro schiera immane e senza volto.
Loro ti vogliono così, fiacco, privo di ogni intuizione o sentimento, con il portafoglio sempre aperto. Che tu compri auto sportive e vestiti firmati oppure alcol e cocaina, poco importa. Stai comunque facendo girare la loro economia e gonfiando il Pil.
Quando eravamo ragazzini ci sentivamo diversi dagli altri. Ci piaceva respirare l'odore dei colli sopra la città, si sognava di trasferirsi a Santo Domingo, e aprire un bar sulla spiaggia.
Oggi, ogni scintilla di vita se n'è andata, ogni sogno chiuso in un cassetto, o forse finito giù per il cesso, tanto per essere sicuri che non ne resti traccia. Rimane solo una rabbia ostinata, e l'orgoglio di essere diverso, di averli fregati tutti lasciandoti morire e diventando indifferente.
Guardati allo specchio, amico nichilista: la morte e l'indifferenza non ti rendono libero, sono i fiori che hai messo alle sbarre della tua prigione. Accendi la televisione, guarda quelle facce, ascolta quelle voci sguaiate. Gira sul grande fratello, su amici di maria de filippi: tu sei il rovescio di quella medaglia, ma in nulla sei differente da loro. Ti hanno solo venduto lo stesso sogno di libertà, pitturato di un colore diverso.
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categoria: vita da free lance


domenica, 12 aprile 2009

Stasera sono rimasta a casa, come da un paio di giorni a questa parte.
Da un po' infatti cerco di lavorare, di mettere insieme pezzi e pagine e suggestioni che mi hanno segnato negli ultimi tempi, e non ci riesco.
Forse avrei solo bisogno di avere di nuovo un posto fisso, oppure questa confusione è come la vertigine prima di un salto molto alto. Non sai se spiccherai il volo o ti sfracellerai, ma di certo salterai nel giro di qualche secondo, perché il momento è arrivato. Non è questione di doverlo o non doverlo fare, semplicemente lo farai, ed è inutile pensare che sia una tua scelta.
Quando qualcosa deve succedere, non ha senso pensarci troppo sopra, perché ti toglie il tempo per sbattere le ali ed imparare a volare prima di cadere. Lascio che le cose succedano, e cammino da sola sulle mie gambe provando una specie di meravigliosa vertigine, giocando a non aver bisogno di nessuno.
E stasera, dopo aver chiuso fuori una parte della mia vita, ed essermi detta che per una volta potevo provare a sopportare la compagnia di me medesima, ho conosciuto Giancarlo Siani.
Giancarlo aveva 26 anni quando è morto, due anni più di me. E' stato ucciso dalla camorra per un'inchiesta sui rapporti tra politica e criminalità organizzata nel paese di Torre Annunziata. A quel tempo, era il 1985, ero appena nata.
Lui aveva una vita come potrei averla io oggi, aveva una ragazza, una madre che non dormiva fin quando non lo sentiva rientrare a casa. Scriveva con la macchina da scrivere, mentre io uso il computer, ma anche lui lavorava fino a notte, e non sempre di cose che gli piacevano.
Una cosa che gli piaceva era scrivere di camorra, penso. E non perché fosse un sadico che si divertiva a lavorare in mezzo alla gente assassinata, ma perché sentiva che quello era il posto dove il suo lavoro era veramente utile, dove lui era più utile.
Non l'ho conosciuto, non posso dire cosa gli passasse per la testa, ma immagino che quando decidi di correre il rischio di farti ammazzare, tu lo faccia semplicemente perché è il tuo lavoro ed il tuo lavoro ti piace, senza pensarci troppo, senza troppa retorica. Altrimenti ti spaventi in tempo, perché di fronte alla morte non c'è estetica, epica o morale che conti.
Credo che sarò in pace con me stessa solo quando avrò fatto della mia vita qualcosa di utile, e un po' mi specchio nella solitudine di questo ragazzo.
Stanotte mi pare che di fronte ai sogni ci si senta soli un po' come davanti alla morte.

Per chi volesse saperne di più, il film che racconta la vita di Giancarlo Siani è Fortapàsc, di Marco Risi, che vi consiglio di vedere al cinema e non scaricare perché ancora si trova solo in qualità pessima.

 
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categoria: attualità, vita da free lance, il giornalista quasi perfetto


martedì, 07 aprile 2009

Quando sono partita ero piena di dubbi e di domande che mi ronzavano in testa. Pensavo che avrei potuto trovarmi male, che in fondo stavo perdendo una settimana durante la quale avrei potuto studiare, che partecipare al Festival di Perugia era un modo come un altro di distrarmi dalle priorità che mi spaventano.
Invece, anche adesso che sono tornata sulla terra e i giorni passati sembrano un sogno lontano, posso dire di non essermi mai sbagliata tanto: questa settimana è stata un'esperienza intensa, istruttiva e benefica oltre ogni speranza. Già dal primo giorno, Perugia mi ha accolto nel sole delle sue strade tortuose e ripide, fiancheggiate da edifici antichi, come a darmi il benvenuto in un altro mondo: bisognava salire, per raggiungere il cuore della città e i luoghi del Festival. Ogni passo era faticoso e attento, così diverso dal girovagare incurante a cui invitano le strade piatte di Bologna.
E sulla cima di questa città incantevole, dalla bellezza discreta e incontaminata, si è consumato un piccolo incantesimo che per una settimana ha contagiato il cuore e la testa di tutti i partecipanti al Festival.
Eravamo in cento, per la maggior parte estranei, eppure ci siamo sentiti subito affiatati e pronti a metterci in gioco con le nostre storie private e professionali. Abbiamo trascorso ore caotiche ed emozionanti al lavoro, scrivendo, intervistando giornalisti famosi e non, un po' mettendoci alla prova, un po' giocando, imparando sempre qualcosa di nuovo.
La sala stampa, come la casa di tutti, era il punto di partenza e di arrivo prima e dopo ogni conferenza, dove con un caffè in mano si faceva lo slalom tra cavi alimentatori, strumentazione video, decine di schermi accesi. Ci si ritrovava per caso, ognuno indaffarato nei propri incarichi, e si scambiavano opinioni, pettegolezzi, impressioni sui dibattiti e i personaggi della giornata. Le notti lunghissime innaffiate di birra non ci hanno impedito di  darci da fare per tutte le cinque giornate, si trattasse di disporre le sedie in una sala o di girare un servizio per la web tv.
Molte delle persone che ho conosciuto non le rivedrò più ma ognuna di loro è un tassello del mosaico e mi ha lasciato un ricordo, un insegnamento, un'emozione. C'è una bellezza e una forza particolare nel legame "debole" che si crea con  un gruppo sconosciuti con cui ci si trova a condividere un'esperienza così intensa. E tra tutti questi visi amici ce ne sono alcuni che spero entreranno a far parte della mia vita anche oltre le colline dell'Umbria.
La passione ed il sogno comune ci hanno avvicinati e specchiandomi nelle vite dei miei compagni d'avventura, quasi tutti coetanei, mi sono resa conto che il mondo non è poi così ostile come a volte sembra.
La strada è scura, ma forse è giusto che sia così, perché dobbiamo essere noi a costruirla, senza aspettarci che un'istituzione o una generazione più vecchia la spianino per noi. Forse il più bel regalo che mi ha fatto questo Festival è proprio la fiducia nella mia età e nei miei coetanei.
E poi naturalmente, amato odiato giornalismo, con la sua multiforme schiera di sacerdoti, a volte eroi, a volte corrotti, uomini come tutti eppure irrimediabilmente giornalisti.


«L'unico consiglio che mi sento di dare – e che regolarmente do – ai giovani è questo: combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che s'ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio»
Indro Montanelli


Video di Stefania Oliveri



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categoria: vita da free lance, il giornalista quasi perfetto


sabato, 28 marzo 2009

Altro giro di giostra, altra partenza, nuovi libri da leggere.
Da lunedì sarò a Perugia dove per una settimana lavorerò da volontaria al Festival Internazionale del Giornalismo.
Ho fatto la richiesta a novembre, mentre ero a New York mi è arrivata la notizia che ero stata accettata, ed in un batter d'occhio è già arrivato il giorno della partenza.
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categoria: vita da free lance


mercoledì, 11 marzo 2009

Con la semiotica abbiamo allora perso la facilità di fornire spiegazioni facendo ricorso a illuminazioni subitanee, shift gestaltici, spiriti creatori, demiurgie dell'autore o del genio. Ma con la semiotica abbiamo perso anche la possibilità di decretare il nostro stesso scacco, facendo appello a qualcosa che in sé sarebbe per sua stessa essenza un "non so che" che non possiamo far circolare attraverso interpretanti. Con la semiotica abbiamo perso la possibilità di fare analisi impressive, di ricorrere alla creazione libera, abbiamo perso la possibilità di pensare che il poeta crei un mondo, che la scienza non pensi.
Ma tutta questa somma di perdite, questa progressiva aggiunta di sottrazioni costituisce in fondo qualcosa di positivo nel suo stesso ordine, che credo esattamente sia quel qualcosa che ci tiene tutti uniti nella lettura di un saggio di semiotica. Questa serie di perdite, questa continua somma di sottrazioni definisce allora esattamente quello in cui crediamo, quello che facciamo, ciò che in realtà siamo.
Perché in fondo siamo sempre ciò che abbiamo perso.

Claudio Paolucci
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categoria: semiotica


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"Per noi giornalisti, le catastrofi del mondo non sono soltanto eventi sui quali indagare per poi raccontarli ai lettori. Sono anche - diciamo la verità - il palcoscenico sul quale recitiamo e proiettiamo il nostro ego. E se quelli di noi che siedono dietro una scrivania sono un po' strani, non c'è da meravigliarsi se i giornalisti straordinari, che rischiano la loro vita e la loro libertà per andare a caccia di notizie, sono spesso ubriaconi, spendaccioni, libertini e drogati. E la cosa più terribile è che ne siamo orgogliosi" -David Randall-.


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